La mia storia prima di essere scelta
Dei miei primi anni di vita non ho ricordi nitidi.
Ero troppo piccola per comprendere, troppo piccola per dare un nome a ciò che accadeva. Di quel tempo restano sensazioni corporee: l’allerta costante, una rabbia che esplodeva senza parole, la difficoltà a dormire, a mangiare, a fidarmi.
Sono stata una bambina difficile.
Non parlavo, mi difendevo con il corpo, con il silenzio, con l’opposizione.
Il mio modo di stare al mondo era già una risposta a qualcosa che mancava.
Crescevo con l’idea che ci fosse qualcosa di sbagliato in me.
Che se nessuno riusciva a tenermi davvero, allora il problema dovevo essere io.
Quella convinzione, sottile e tenace, ha abitato a lungo dentro di me.
Oggi so che quella bambina non era sbagliata.
Era sola.
E stava facendo l’unica cosa possibile per sopravvivere.
Amata senza condizioni, dentro una famiglia reale
La mia adozione non è stata una favola. Tanti erano i miei limiti e mie paure. Ma è stato un incontro reale, concreto, bellissimo e anche, a volte imperfetto.
Sono arrivata in una famiglia che ha scelto di accogliermi, in seconda battuta. Sono diventati genitori “quasi per forza” :
Eleonora e Pietro sono diventati i miei genitori adottivi, perchè li ho scelti io..
Non erano genitori ideali, e non hanno avuto strumenti ideali.
Erano persone della loro generazione, della loro cultura,
con un’idea dell’educazione, dell’affetto, della forza e della fragilità
figlia del tempo in cui vivevano.
Hanno fatto quello che hanno potuto fare allora.
E, soprattutto, sono rimasti e mi hanno amata profondamente.
Mi hanno dato una casa, delle regole, una struttura.
A volte mi hanno lasciata confrontare con i miei limiti,
altre volte con le mie risorse, senza proteggermi da tutto, senza spiegarmi tutto.
Non sempre mi sono sentita capita. Non sempre mi sono sentita vista fino in fondo. Ma ho avuto qualcosa che prima non c’era: la sicurezza di un amore profondo e un contesto stabile in cui crescere.
Con loro ho imparato a stare in relazione, anche quando per me era faticoso, anche quando mi sentivo fragile o inadeguata.
Portavo dentro una paura profonda dell’abbandono, e per questo ho imparato presto a essere brava, accondiscendente, responsabile,
a dimostrare di meritare quel posto, quella famiglia, quell’amore.
Dentro quel legame non sempre perfetto, qualcosa ha iniziato lentamente a radicarsi: la possibilità che il rapporto non si spezzasse subito,
che l’errore non coincidesse con la perdita, che restare fosse possibile anche senza capire tutto.
Diventare adulta, riconoscendo
C’è stato un tempo, soprattutto durante la mia adolescenza, in cui ho cercato di dimenticare. Volevo dimenticare da dove venivo, cosa mi aveva preceduta, cosa avevo attraversato. Era come se il passato fosse diventato ingombrante, qualcosa da tenere a distanza per poter andare avanti, per sentirmi “normale”, uguale agli altri.
Eppure non era sempre stato così.
Subito dopo l’adozione facevo l’opposto.
Lo dicevo a tutti. Dicevo di essere stata adottata con una facilità quasi disarmante, come se quella parola dovesse precedermi, spiegarmi, giustificarmi. C’era in me il bisogno di suscitare stupore, curiosità, a volte persino compassione. Un modo, allora non consapevole, per essere vista. Per sentirmi speciale, diversa, forse anche per raccogliere un po’ di attenzione, di cura, di indulgenza.
Col tempo ho imparato a riconoscerlo: c’era dentro anche una forma di vittimismo. Non calcolato, non manipolatorio, ma reale.
Era il linguaggio che avevo a disposizione in quel momento della mia vita, necessario a me, in quel momento forse perchè gli altri non pretendessero ciò che io non riuscivo a dare.
Poi, crescendo, quella stessa esposizione ha cominciato a pesarmi.
Ho iniziato a odiare l’etichetta, a rifiutare lo sguardo che mi fissava solo lì, in quell’origine. Non volevo più essere “la ragazza adottata”.
Volevo essere Irene, punto.
Così ho provato a cancellare, a minimizzare, a tenere tutto in un angolo.
Come se dimenticare fosse l’unico modo per non esserne definita.
Ma cercare di dimenticare, far finta che non fosse successo ciò che invece era successo, non ha funzionato.
Perché, oggi so, che certe storie non chiedono di essere negate, ma integrate.
Solo molto più tardi ho capito che non dovevo né esibire il mio passato né rinnegarlo. Non ero obbligata a raccontarlo per farmi amare, ma nemmeno a nasconderlo per sentirmi degna.
Oggi so che quella bambina che raccontava tutto aveva bisogno di essere vista. E che l’adolescente che voleva dimenticare aveva bisogno di proteggersi. Entrambe avevano ragione, nel loro tempo.
La pace è arrivata quando ho smesso di lottare contro la mia storia
e ho iniziato a portarla con me, senza farne una bandiera e senza farne una colpa.
Crescere
Crescere non ha cancellato le ferite. Le ha trasformate.
Le ha rese più silenziose, ma loro sono sempre presenti.
Da adulta ho studiato, lavorato, costruito una famiglia.
Sono diventata madre. E con la maternità molte domande sono tornate a bussare, insieme a una nuova comprensione di ciò che avevo vissuto.
Ho intrapreso un percorso psicoterapeutico profondo
che mi ha permesso di rileggere la mia storia senza giudizio. Lo dovevo a me e alla mia famiglia.
Ho potuto guardare quella bambina con tenerezza
e riconoscere che molte scelte fatte non erano state dettate dalla debolezza, ma erano strategie di sopravvivenza.
Oggi riesco a tenere insieme più livelli della mia storia:
il dolore dell’abbandono, i miei limiti, i limiti dei miei genitori adottivi,
e il fatto che, nonostante tutto, quel legame mi abbia permesso di diventare ciò che sono e di esserne profondamente e sinceramente fiera.
So che Eleonora e Pietro hanno fatto quello che hanno potuto
con gli strumenti che avevano. E so anche che, grazie a loro,
ho potuto confrontarmi con le mie fragilità ma, soprattutto sono stata in grado di scoprire le mie capacità.
Amata senza condizioni nasce da questa integrazione.
Dal desiderio di dire che una vita piena è possibile
anche partendo da una storia complessa e in salita.
Che l’amore non deve essere perfetto per essere trasformativo.
Che restare, anche senza sapere come fare, può fare una grande differenza.
Se ce l’ho fatta io, non è perché sono speciale, ma perché non sono stata lasciata sola…sono stata accolta e amata. Forse, allora, una strada esiste; una strada che possiamo percorrere insieme.