Per molto tempo ho creduto che la pace fosse sinonimo di assenza di dolore. Pensavo che “guarire” significasse non sentire più nulla, non ricordare, non tremare più al ripresentarsi di certe “situazioni”. Oggi so che non è così. La pace, almeno per me, non è stata cancellare le ferite.
È stato imparare a stare con loro senza esserne governata.
Ci sono voluti anni per capire che quella bambina arrabbiata, diffidente, silenziosa non era sbagliata. Era una bambina che aveva fatto l’unica cosa possibile: sopravvivere.
Ogni reazione che oggi, da adulta, ho giudicato e condannato — l’essere accondiscendente, l’aver paura di deludere, il bisogno costante di conferme — nasceva lì. Non da una debolezza, ma da una strategia.
Quando finalmente ho smesso di chiedermi “cosa c’è che non va in me?” e ho iniziato a domandarmi “di cosa ho avuto bisogno per diventare così?”, qualcosa si è spostato. Non subito, non in modo eclatante, in profondità.
La pace è arrivata quando ho potuto guardare Irene bambina senza pretendere che fosse diversa. Quando ho smesso di dirle che doveva essere più forte, più coraggiosa, più riconoscente. Quando, per la prima volta, le ho detto: “Hai fatto il massimo con quello che avevi.”
È lì che ho capito che non ero fragile perché avevo paura dell’abbandono. Ero umana. E quella paura non era un difetto da eliminare, ma un segnale da ascoltare.
La pace possibile non mi ha resa immune dal dolore.
Ancora oggi, quando un legame scricchiola, quando sento una distanza, quando qualcosa cambia senza preavviso, quella vecchia voce può tornare a farsi sentire. Ma ora so riconoscerla. So da dove viene. E soprattutto so che non è lei a decidere per me.
La pace è sapere che posso restare nelle relazioni senza annullarmi;
fedele a me stessa anche quando ho paura. Restare senza dover dimostrare nulla.
Se c’è una cosa che desidero arrivi a chi legge — a chi è stato adottato, a chi ha adottato, a chi accompagna, a chi ama — è questa:
non serve essere senza crepe per essere interi.
Io non sono guarita perché il passato è sparito.
Sono in pace perché oggi non cammino più contro di me.
E se ce l’ho fatta io, con una storia così scomoda, così irregolare, così piena di strappi…
allora sì, davvero:
la pace è possibile. Per tutti.