Dialogo tra Irene bambina e Irene adulta

Irene Bambina.

Il sangue è troppo rosso, non doveva succedere. Stavamo solo giocando.

Cristina è scivolata, non è stata colpa mia. Lo so, lo so benissimo.
Ma quando la mamma entra in bagno e mi guarda…io non vedo lei.

Vedo una fine che conosco già. “Ecco. Adesso mi mandano via”.

Non lo dico, non piango. Il corpo decide prima di me.

Mi infilo nello sgabuzzino, nel posto più piccolo che trovo.
Se mi faccio piccola forse non mi vedono e se non mi vedono, forse resto.

È buio.
È stretto.
L’aria è poca queste maledette lacrime non smettono di scendere. sto tremando. mi fa male una mano, mi sanguina un dito. Devo essermi fatta male mentre spostavo il baule della mamma contro la porta. Qui non mi troveranno. Aspetto. Aspetto come si aspetta una sentenza.

Irene adulta

Ti vedo. Ti vedo rannicchiata lì dentro, con il cuore che batte troppo forte e il respiro che non sai più dove mettere. Il sapore salato delle lacrime e quel singhiozzo che non smette. Non stai esagerando.
Non sei sbagliata. Stai solo facendo l’unica cosa che hai imparato a fare: sopravvivere.

Hai già cambiato sette famiglie.
Hai già imparato che basta pochissimo per non essere più voluta.
Uno sguardo, un incidente, un errore che errore non è.

Irene bambina

Non penso a Cristina. Non penso al dolore. Penso a me. Penso che non posso permettermi di perdere anche loro.
Mi piacciono questi genitori. Li ho scelti.

Irene adulta

Quello sguardo non era una condanna. Ma tu non potevi saperlo. Per te ogni sguardo serio è un addio che sta arrivando. Il tuo corpo lo sa, anche se nessuno te l’ha mai spiegato.

E allora ti fermi, ti congeli, ti nascondi.

Irene bambina

Quando papà mi trova e mi prende in braccio,
mi dice che Cristina sta bene; le hanno messo qualche punto e che devo smettere di piangere. Che non devo preoccuparmi.

Io ascolto. Annuisco. Ma quei singhiozzi continuano. Dentro la domanda resta: sono salva? davvero?

E anche quando sembra tutto finito,
quando la casa torna silenziosa,
la paura non se ne va.

Resto per giorni a dormire nel lettone dei miei genitori. Il mio corpo non vuole più stare da solo.

Di notte mi sveglio di colpo.
Sussulto. I singhiozzi mi salgono dal petto senza chiedere permesso.

Allungo le mani nel buio e li cerco. Li tocco. Ascolto i loro respiri. Ho bisogno di sentire che ci sono ancora. Solo allora posso chiudere di nuovo gli occhi.

Il mio cuore corre come un treno, lo sento rimbombare nel petto. Lo ascolto.

Irene adulta

Non avevi paura per Cristina.
Le volevi bene, sì, ma il tuo terrore era di perdere tutto di nuovo.
Era tornare indietro ancora una volta
Avevi nove anni
e una memoria emotiva che nessun bambino dovrebbe avere. Il tuo corpo ricordava cose che la tua testa non sapeva ancora dire.

Vorrei potermi sedere accanto a te in quel letto troppo grande
e dirti piano: non ti manderanno via, non per questo. Non più.

Vorrei dirti che quell’amore non è così fragile come quello che hai conosciuto prima.

Che puoi sbagliare, che puoi restare, che non devi sparire
per essere tenuta. Sono io che te lo dico.

Sono la prova che sei rimasta.
Che non sei stata mandata via.
Che quel giorno non ha deciso chi eri.

E ogni volta che oggi
senti quella paura riaffacciarsi,
ogni volta che il cuore ricomincia a correre come allora,

ricordalo: non sei più sola nel buio.

Io sono qui con te.
E questa volta…restiamo.

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