Ma i tuoi veri genitori?

Me lo chiedono spesso.
A volte con curiosità sincera, a volte con leggerezza, altre volte come se fosse una domanda neutra, quasi tecnica.
“Ma i tuoi veri genitori chi sono?”

Ogni volta sento una piccola fitta. Non sempre dolorosa, a volte solo stancante. Perché quella domanda, anche quando non vuole ferire, porta con sé un’idea precisa: che da qualche parte esista una gerarchia dell’amore. Che ci sia un genitore più vero di un altro. Che il legame di sangue valga più di quello costruito.

Da bambina rispondevo in un modo.
Da adolescente in un altro.
Da adulta ancora diverso.

All’inizio mi confondevo. Guardavo chi me lo chiedeva cercando di capire che risposta si aspettasse. Perché spesso non è la domanda a essere invadente, ma il peso che mette addosso: quello di dover spiegare la propria famiglia, di doverla rendere comprensibile, digeribile, semplice.

Poi ho capito che le risposte cambiano non perché io sia incoerente, ma perché crescendo cambia il mio rapporto con la mia storia. E questo è normale.

Dal punto di vista psicologico, la costruzione dell’identità nelle persone adottate è un processo complesso e dinamico. Le teorie dell’attaccamento di John Bowlby ci aiutano a capire che ciò che rende un genitore “vero” non è l’origine biologica, ma la continuità della cura, la sicurezza emotiva, la presenza affidabile nel tempo. Un genitore è vero quando c’è. Quando resta. Quando contiene.

Eppure il linguaggio comune fa fatica ad accogliere questa complessità.
La parola vero viene spesso usata come sinonimo di biologico, come se l’amore avesse bisogno di una prova genetica.

Quando qualcuno mi chiede dei miei “veri genitori”, io sento che non sta parlando solo di loro. Sta parlando di me. Mi sta chiedendo, implicitamente, da dove vengo davvero, a chi appartengo davvero, quale parte della mia storia conta di più.

A volte rispondo con pazienza.
A volte con ironia.
A volte cambio discorso.

Non perché mi vergogni, ma perché non sempre ho voglia di educare il mondo.

La psicoterapeuta Pauline Boss parla di ambiguità relazionale: situazioni in cui i confini familiari non sono chiari per chi guarda da fuori, ma sono chiarissimi per chi li vive. L’adozione è una di queste. Il problema non è l’ambiguità, ma la difficoltà sociale a tollerarla.

Anche Donald Winnicott ci ricorda che ciò che conta per lo sviluppo sano di una persona è la presenza di figure sufficientemente buone, non perfette, ma affidabili. Nessun riferimento al DNA. Solo alla relazione.

La verità è che non esiste una risposta giusta a quella domanda.
Esiste solo la mia risposta, che può cambiare.
Esiste il mio diritto di dire tutto.
Ed esiste anche il mio diritto di non dire nulla.

I miei genitori sono quelli che mi hanno cresciuta.
E dentro di me esistono anche le mie origini.
Una cosa non cancella l’altra.

In una famiglia adottiva, il “vero” non è un’etichetta.
È una relazione.
E nessuno, da fuori, ha il diritto di definirla.

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