Riflessioni emerse da un gruppo di genitori adottivi

«C’è una verità che come genitori adottivi fatichiamo ad ammettere: a volte chiediamo gratitudine perché ci serve una garanzia. Una prova che l’amore ha funzionato, che siamo stati bravi a portare avanti il nostro compito.»

Quando questa frase viene detta in un gruppo di genitori adottivi, spesso succede qualcosa di particolare. Nessuno risponde subito. Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcun altro annuisce piano. Perché non è una frase comoda, ma è vera. E quando una verità viene detta senza arroganza, trova subito risonanza.

Molti genitori adottivi arrivano all’adozione dopo un percorso lungo, faticoso e spesso doloroso. L’adozione non nasce quasi mai da una leggerezza, ma da una perdita, da un desiderio frustrato, da un’attesa carica di aspettative. E quando finalmente arriva un figlio, l’amore è enorme, ma lo è anche la paura. Paura di non essere abbastanza, che il passato del bambino sia più forte del presente.
Paura che il dolore vissuto prima non possa essere davvero contenuto o curato.

In questo contesto, la gratitudine del figlio può diventare, senza volerlo, un segnale di sicurezza per l’adulto. Se è grato, allora sta bene. Se è grato, allora l’adozione ha funzionato. Se è grato, allora siamo una “buona famiglia”. Non è un pensiero cattivo, ma umano.

Il problema nasce quando questa gratitudine diventa un’aspettativa implicita. Quando viene cercata negli sguardi, nei comportamenti, nelle parole. Quando frasi come “ormai è passato”, “ora sei al sicuro”, “guarda avanti” diventano un modo per calmare l’ansia dell’adulto più che per accogliere il vissuto del figlio.

Dal punto di vista psicologico, sappiamo che i bambini e i ragazzi adottati sono spesso molto sensibili agli stati emotivi dei genitori. Le teorie dell’attaccamento, a partire dal lavoro di John Bowlby, mostrano quanto i figli cerchino naturalmente di proteggere il legame. Se percepiscono che un certo argomento fa male, lo evitano. Se sentono che la loro sofferenza mette in difficoltà il genitore, la mettono da parte.

Non perché non soffrano. Ma perché amano.

In questo senso, la richiesta silenziosa di gratitudine può avere un effetto paradossale: invece di rafforzare il legame, rischia di limitare lo spazio emotivo. Il figlio impara che per essere amato deve stare bene, deve essere riconoscente, deve non disturbare. E il genitore, senza volerlo, perde l’occasione di conoscere davvero il mondo interno del proprio figlio.

I contributi sul trauma, come quelli di Bessel van der Kolk, ci ricordano che il dolore non si risolve ignorandolo o accelerandone l’elaborazione. Ha bisogno di tempo, di parole, di ascolto non difensivo. Ha bisogno di un adulto che sappia reggere l’impotenza di non poter “aggiustare tutto”.

Nei gruppi di genitori adottivi, portare alla luce questa dinamica è un atto di grande maturità. Significa spostare lo sguardo dal comportamento del figlio al vissuto dell’adulto. Significa riconoscere che anche i genitori hanno bisogno di contenimento, di spazio, di ascolto.

Quando un genitore riesce a dire: “questa gratitudine mi serve perché ho paura”, succede qualcosa di fondamentale. La gratitudine smette di essere una richiesta implicita al figlio e torna a essere una scelta libera. E il figlio, a sua volta, può sentirsi autorizzato a essere intero: grato, sì, ma anche arrabbiato, confuso, triste, nostalgico.

Essere genitori adottivi non significa essere la soluzione definitiva al dolore del passato. Significa essere una presenza affidabile nel presente. Una presenza che non chiede prove, ma offre spazio. Una presenza che non ha bisogno di essere confermata, ma che resta.

Ed è spesso lì, in quello spazio finalmente libero, che il legame diventa davvero sicuro. Non perché il passato scompare, ma perché non fa più paura a nessuno.

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