Quando parliamo di adolescenza, parliamo quasi sempre di separazione.
Separarsi dai genitori, dalle loro aspettative, dal bisogno di essere come loro ci vogliono. È il tempo in cui si rompe per poter diventare.
Ma per molti ragazzi adottati questa separazione è confusa, incompleta, a volte impossibile.
Perché la domanda diventa: da chi mi separo, se una parte della mia storia non la conosco?
Io l’ho visto tante volte, e l’ho sentito anche dentro di me.
Per alcuni ragazzi adottati l’adolescenza non è solo un allontanarsi dalla famiglia adottiva. È un movimento più profondo, più spaventoso: è la sensazione di dover cercare qualcosa che manca per potersi sentire interi.
La rabbia, in questi casi, non è solo rabbia contro le regole, contro i genitori, contro il mondo. È rabbia contro un vuoto, contro una storia interrotta, contro domande senza risposta, contro un’identità che sembra costruita su pezzi mancanti.
Quando un ragazzo adottato diventa rabbioso, spesso sta dicendo — senza parole — non so da dove vengo, e questo mi fa paura.
Sta dicendo come faccio a diventare me stesso se non so chi ero prima?
Ed è qui che, a volte, nasce il desiderio urgente di conoscere le proprie origini. Un desiderio che può diventare bisogno, spinta, fuga.
Non sempre una ricerca serena, ma spesso una corsa, un atto impulsivo, un tentativo disperato di mettere insieme i pezzi.
Ho visto ragazzi scappare dalle famiglie adottive non perché non le amassero, ma perché sentivano che, per respirare, dovevano andare altrove. Come se la separazione naturale dell’adolescenza, invece di essere simbolica, dovesse diventare concreta. Come se l’unico modo per dire “io sono” fosse allontanarsi fisicamente da chi li aveva cresciuti.
E non sempre queste ricerche hanno un esito riparativo.
A volte le origini non possono essere trovate. Altre volte non sono come si erano immaginate. A volte fanno ancora più male.
Questo è un punto che come professionista sento profondamente: la ricerca delle origini non è sempre una cura.
Può esserlo, certo. Ma può anche riaprire ferite, creare nuove fratture, lasciare il ragazzo ancora più solo, ancora più arrabbiato, ancora più disorientato.
La rabbia, allora, diventa un linguaggio. Un modo per dire non reggo questo peso da solo.
Un modo per testare se qualcuno resterà anche quando faccio paura, anche quando scappo o rifiuto.
Perché, in fondo, è sempre lì che si torna: alla domanda antica, mai del tutto risolta, che l’adolescenza riaccende con forza.
Se mostro chi sono davvero, resterai?
E forse, più che risposte sulle origini, più che spiegazioni razionali, ciò di cui questi ragazzi hanno bisogno è proprio questo: uno sguardo che non scappi. Una presenza che non si rompa davanti alla rabbia.
Qualcuno che sappia distinguere il comportamento dal dolore che lo genera.
Perché quando un ragazzo adottato urla, fugge, rompe, spesso non sta rifiutando l’amore.
Sta solo cercando, con tutte le sue forze, di capire se quell’amore può sopravvivere anche alla verità della sua storia.
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