Immagina

Immagina di essere un bambino o una bambina che cresce amato e coccolato da mamma, papà e nonni. Sei piccolo e non sai che il colore dei tuoi occhi non è come quello dei tuoi genitori, e così osservi gli altri bambini e i loro genitori: anche loro, a volte, non hanno lo stesso colore degli occhi. Poi osservi i tuoi capelli, ribelli e ricci, che non si bagnano mai davvero e sulla testa sono come una nuvola. Te li tagliano spesso perché sono ingestibili. A scuola hai due cognomi, figo! Ma ogni tanto ti domandi perché.

Cresci dentro una normalità che normalissima non è mai del tutto, perché le domande arrivano piano, senza fare rumore, come uno spiffero che senti sulla pelle ma non sai da dove entra. Nessuno ti ha mai detto che sei stato adottato, o forse sì, ma eri troppo piccolo per capire davvero cosa volesse dire, e allora quella parola è rimasta lì, appoggiata da qualche parte nella testa, senza peso, senza forma, come un oggetto che sai di possedere ma che non hai mai guardato davvero.

Poi cresci ancora. E crescendo il tuo corpo inizia a parlare più forte di tutti. Inizi a notare che non assomigli a nessuno in casa, che il tuo modo di ridere non è quello di papà, che le mani non sono come quelle della mamma, che i nonni ti guardano con un amore immenso ma anche con uno sguardo che a volte sembra chiedere il permesso. E tu quel permesso non sai a cosa serva, ma lo senti.

Sai di avere conosciuto i tuoi genitori biologici. Li hai visti, forse da piccolo, forse più volte, forse una sola. Sai che esistono, sai che hanno un volto, un nome, una storia che in qualche modo ti appartiene ma che non ti è mai appartenuta del tutto. Non sei stato “strappato”, non sei stato “abbandonato” come nelle storie che raccontano gli altri, eppure anche tu vivi quella sensazione sottile di stare in mezzo, come se la tua vita fosse una frase con due incisi e nessuno ti avesse mai spiegato dove sta il verbo.

Ti senti fortunato, perché sei stato amato. E allo stesso tempo ti senti in colpa ogni volta che una domanda affiora. Perché chiedersi da chi si è nati sembra quasi un tradimento verso chi ti ha cresciuto, verso chi ti ha scelto ogni giorno, verso chi ti ha insegnato a dormire, a mangiare, a fidarti del mondo. E così impari presto una cosa: alcune domande è meglio tenerle per te, metterle in tasca come sassi lisci, rigirarli tra le dita quando sei solo.

Arriva l’adolescenza e tutto si amplifica. Il bisogno di sapere chi sei diventa fame vera, fisica, una fame che non si placa con risposte semplici. Ti chiedi da dove arrivano i tuoi occhi, perché reagisci così alle emozioni, perché ti senti diverso anche quando nessuno te lo dice. Ti chiedi se somigli a qualcuno che non conosci abbastanza, se certi silenzi li hai imparati o li hai ereditati.

E intanto ami. Ami profondamente chi ti ha cresciuto, ami quella casa che è stata rifugio, ami quell’amore che non ha avuto bisogno del sangue per essere reale. Ma dentro, in un angolo che non fa rumore, c’è spazio anche per un’altra verità: che l’amore non cancella le origini, non le sostituisce, non le deve coprire. L’amore vero regge anche le domande scomode, quelle senza risposta, quelle che non cercano colpe ma solo senso.

Questo racconto è per te, che non rientri nelle definizioni facili. Per te che non sei stato “adottato tardi”, che non hai vissuto l’istituto, che non hai una storia drammatica da raccontare per giustificare la tua complessità. È per te che sei cresciuto amato, ma con un’identità fatta di strati, di nomi, di legami diversi che non si escludono a vicenda.

Essere amati senza condizioni significa anche questo: poter essere interi, poter tenere insieme tutte le parti della propria storia senza dover scegliere quale amare di più. Significa sapere che puoi guardare indietro senza perdere ciò che hai davanti, che puoi farti domande senza smettere di essere grato, che puoi cercarti senza sentirti sbagliato.

E forse, alla fine, crescere così significa imparare prima degli altri che l’identità non è una linea retta, ma un intreccio. E che l’amore vero, quello autentico, non chiede mai di essere semplificato.

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