Quando la scuola diventa casa: una riflessione sul ruolo educativo per i bambini adottati

Con gli altri bambini non ero sempre gentile. Non ero una bambina tranquilla, né facile. Oggi diremmo che ero una bambina BES, con bisogni educativi speciali. All’epoca, però, questa definizione non esisteva. Esisteva solo lo sguardo giudicante: questa bambina non è normale.

Ero arrabbiata, confusa, spesso incontenibile. Durante l’intervallo cercavo i maschi, che però non mi volevano, mentre con le femmine non riuscivo a stare: le sentivo lontane, diverse, con quei capelli lisci e ordinati che mi facevano sentire ancora più fuori posto. La mia rabbia usciva come poteva, a volte in modo distruttivo, a volte goffo, a volte violento. Nessuno allora parlava di trauma, di attaccamento, di ferite precoci. Si parlava solo di comportamento.

Avevo alle spalle sette famiglie. Sette. Troppe per una bambina che avrebbe avuto solo bisogno di essere amata, accolta, riconosciuta. Non parlavo, non dormivo. Mi rifugiavo nel silenzio come in una tana, perché il mondo era troppo grande e troppo imprevedibile.

Quando entrai a scuola, però, qualcosa era finalmente cambiato: ero in affidamento a quella che sarebbe diventata la mia famiglia adottiva. Eleonora e Pietro. Due adulti che avevano scelto di starmi accanto senza chiedermi di essere diversa, senza pretendere guarigioni immediate. La loro presenza stabile è stata il primo vero argine al caos emotivo che mi abitava. Non cancellava il dolore, ma lo rendeva meno spaventoso.

Anche a scuola, però, il rischio dell’esclusione era altissimo. Ricordo il sollievo provato il giorno in cui persi il doppio cognome: era diventato un marchio, un’etichetta con cui venivo derisa. Ogni volta che lo sentivo pronunciato ad alta voce, mi sentivo schiacciata da un peso invisibile. Quando l’adozione fu ufficializzata, quel fardello sparì e per la prima volta ebbi la sensazione di poter respirare davvero.

Il mio rifugio restava il disegno. Restavo in disparte, con le matite colorate, creando mondi che solo io potevo abitare. Il mio banco era singolo, attaccato alla cattedra, come un’isola separata dal resto della classe. Nessuno si sedeva accanto a me. Eppure, in quello spazio, non mi sentivo del tutto sola. Era un isolamento che mi proteggeva.

A rompere quel silenzio fu la maestra Frau. Non con le parole, ma con la presenza: mi prendeva spesso in braccio mentre spiegava, come se volesse proteggermi da un mondo che mi sovrastava. Mi dava compiti piccoli ma importanti.
– “Disegna un cavallo.” E io disegnavo.
Poi mi chiedeva di scrivere il nome sotto al disegno. Come a dirmi che ciò che nasceva dalla mia immaginazione meritava un’identità.
“Adesso racconta la sua storia.”

E così iniziai a scrivere.

Oggi so che quella maestra stava facendo qualcosa di enorme: stava offrendo regolazione emotiva, riconoscimento, continuità. Non cercava di normalizzarmi, ma di accompagnarmi. Non mi chiedeva di essere diversa, mi dava strumenti per esistere nel mondo.

La scuola, per un bambino adottato, non è mai solo un luogo di apprendimento. È un banco di prova relazionale. È il posto in cui il trauma può essere rinforzato oppure trasformato. Un insegnante che legge il comportamento senza leggerne il dolore rischia di confermare l’idea di essere “sbagliati”. Un insegnante che vede oltre, invece, può diventare una figura riparativa potentissima.

Il fatto che io fossi finalmente inserita in una famiglia affidataria stabile, accanto a Eleonora e Pietro, ha reso possibile anche l’incontro con una scuola capace di sostenermi. Famiglia e scuola, insieme, hanno creato un contenimento sufficiente perché io potessi iniziare a fidarmi. È in questo intreccio che avviene la vera inclusione: nessun contesto cura da solo.

Era il 1977, l’anno della Legge 517, che abolì le classi differenziali e introdusse il sostegno. Io, senza saperlo, stavo vivendo sulla mia pelle quel cambiamento. E fiorire è proprio quello che è successo.

Oggi so che senza Eleonora e Pietro, senza quella scuola, senza quella maestra, la mia storia sarebbe stata diversa. Non sono diventata una donna con due lauree nonostante la mia infanzia, ma anche grazie a chi ha saputo reggere la mia complessità senza spaventarsi.

Alle famiglie adottive e agli insegnanti vorrei dire questo:
la rabbia dei bambini adottati non è cattiveria.
La chiusura non è rifiuto.
La sfida non è mancanza di rispetto.

È un linguaggio. Un linguaggio antico, imperfetto, ma carico di significato.

Quando la scuola diventa un luogo di accoglienza reale, quando smette di chiedere adattamento immediato e inizia a offrire contenimento, allora accade qualcosa di straordinario: il bambino non deve più difendersi, può finalmente imparare.

Io ne sono la prova.
E la maestra Frau, insieme a Eleonora e Pietro, senza forse saperlo, mi ha insegnato che anche una bambina ferita può trovare una voce, se qualcuno è disposto ad ascoltarla.

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